I segni dei tempi
“Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l’ho fatto vedere l’anno passato con le patate; voi non ci fate caso. Anzi, quando ne trovavate di guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest’anno, a Natale, non ve ne saranno più. Voi non capite, figli miei? Ve lo dirò diversamente.
(La bella Signora riprende, nel dialetto di Corps, dalla frase “Se il raccolto si guasta…” e prosegue:)
Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che maturerà cadrà in polvere, al momento della battitura.
Sopraggiungerà una grande carestia.
Prima di essa i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da convulsioni e moriranno tra le braccia di coloro che li terranno.
Gli altri faranno penitenza con la carestia. Le noci si guasteranno e l’uva marcirà”.
Questa lunga frase del Messaggio di Maria a La Salette è conosciuta come “i segni dei tempi”; Maria infatti annuncia una serie di avvenimenti che accadranno, il cui esito nefasto si ripercuoterà sull’umanità.
Maria a La Salette nel comunicare con Massimino e Melania ha uno stile tipicamente biblico e questo passo in particolare sembra la descrizione dei vari flagelli raccontati nella Bibbia. Pensiamo alla “cacciata dall’Eden”, alle “dieci piaghe” che si abbattono sull’Egitto, e al duro rimprovero di Gesù alle città impenitenti (Mt 11, 21-24).
La Santa Vergine piange su noi e sulla nostra terra che è seminata più di zizzania che di buon seme.
L’opera di Dio viene guastata dalla nostra capacità distruttiva in opposizione alla Redenzione. La zizzania della nostra smania di possedere, di prevaricare, di godere, di protagonismo (che si sintetizza in una sola parola: il peccato) ci ha portato ad abusare del dono della “terra” per devastarla con un uso scriteriato fino a provocare effetti catastrofici: alluvioni, tracimazioni, frane ecc…
Maria piange perché vede noi, suoi figli, soffrire per delle “ferite” che ci siamo fatti e ci stiamo facendo da soli. Questo accade quando l’uomo, in adesione al male, si convince di poter fare a meno di Dio e sopravvaluta le sue capacità fino a modificare la natura, fino a pretendere di dominarla totalmente: basti pensare agli OGM, alle deviazioni dei fiumi, agli esperimenti nucleari o a quelli sulla genetica compresa quella umana.
La “Madonna contadina”, come viene chiamata in America latina la Vergine de La Salette, parla a dei contadini e, per farsi capire meglio, fa riferimento alle loro esperienze. I veggenti hanno sperimentato che cosa vuol dire vedere marcire il grano, raccogliere patate guaste: vuol dire fame. Vuol dire avere lavorato e sudato inutilmente e allora nasce la rabbia e la bestemmia che è il male-dire tutta l’opera di Dio. Dal male-dire ecco il male-fare “in parole, opere ed omissioni”. Accusiamo Dio dei nostri errori ma in questo processo ci condanniamo da soli.
Se avete del grano non lo seminate
E’ la perdita completa della speranza. Se non si semina, nemmeno si raccoglie, ma questo accade quando il nostro cuore è lontano dal volerlo fare per amore di Dio. A volte stropicciamo nelle nostre mani le opere della nostra falsa buona volontà e il raccolto sarà allora solo polvere se non c’è una sincera conversione.
Non possiamo distruggere la terra e sprecare il grano per poi chiedere al Signore di “darci il pane”.
Viene spontaneo il collegamento con l’Eucarestia, con il “pane di vita eterna”. Gesù dice “io sono il pane vivo disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51).
“Sopraggiungerà una grande carestia”
Sembra che la Vergine si riferisca alla cronaca di questi giorni. E’ vero: c’è una grande carestia generalizzata che non ruota solo attorno all’economia ma coinvolge la situazione del mondo intero.
C’è crisi nelle famiglie che si disgregano, nei rapporti umani, nel mondo del lavoro. Ci sono focolai di guerre, violenze, tirannie, giovani senza un futuro che spesso esprimono aggressività, c’è una umanità che ha perso il senso del sacro e del morale, dove si vive alla giornata senza valori e senza rispetto per il prossimo.
La carestia porta l’emigrazione, pensiamo a Giuseppe e ai suoi fratelli in Egitto. Perché adesso non ci sono migliaia di africani che sbarcano ogni giorno in Europa? Persone cariche di dolore, di solitudine, di rimpianti, di nostalgia, di povertà, di speranza in una vita migliore che però nessuno può loro assicurare.
La Madonna piange sui bambini che essendo i più deboli sono quelli che maggiormente subiscono le conseguenze della denutrizione e muoiono. La strage degli innocenti non è finita. “Rachele piange i suoi figli…” (Ger 31, 15).
Le noci si guasteranno e l’uva marcirà
Perché marcisce l’uva? Perché i tralci non sono abbastanza forti. Gesù dice: “Io sono la vite e voi i tralci”. Chiediamoci allora che razza di tralci siamo che lasciamo marcire l’uva che dovrebbe essere il frutto del nostro operato? Come ci impegniamo a far conoscere e crescere la vigna del Signore? “Colui che dimora in me porta molto frutto” (Gv 15, 1-7). Dimorare in Cristo vuol dire santificarsi. L’immagine della vigna ricorda la storia narrata da Isaia; “Il mio diletto possedeva una vigna..” (Is 5, 1-7). Egli la vanga, la cura, la difende… ma la vigna dà uva selvatica. Noi siamo la vigna di Dio. Dio ci ama, ci protegge, ci guida. Ci manda Maria per esortarci ma noi usiamo male la nostra libertà e continuiamo a dare uva “marcia”.
E voi non ci fate caso
La Madonna mette in evidenza la nostra indifferenza per tutti questi avvenimenti. Riusciamo solo a lamentarci ma non siamo capaci di leggere “i segni dei tempi” perché non vediamo in tutto quello che sta accadendo un pressante invito alla conversione.
Dio ci ha dato doni come l’intelligenza e la libertà ma noi non li sappiamo usare. La nostra follia è quella di non accettare la Redenzione e di scegliere di non volere Dio.
Maria non ci minaccia, non ci sgrida, anzi piange e con tutta la tenerezza di una madre “ci avvisa”. Ci mette davanti alle responsabilità ed alle conseguenze che la nostra sbiadita fede e debole carità provocano. La Vergine è precisa nel suo parlare, ci chiede di CONVERTIRCI.


La Vergine e la bestemmia
“Anche i carrettieri non sanno che bestemmiare il nome di mio Figlio”. Il non rispetto del giorno del Signore e la bestemmia sono le due cose che appesantiscono il braccio di mio Figlio.
Nel libro della Genesi Dio incarica l’uomo di dare un nome a tutti gli esseri viventi (Gen 2, 19-21). Dio stesso si dà un nome che Lo identifica. Rivela il suo Nome a Mosè presentandosi prima come “il Dio di tuo padre Abramo”…(Es 3,6) poi come “Io Sono”. “Il popolo di Israele non pronuncia il nome di Dio per rispetto alla sua santità. Nella lettura della Sacra Scrittura il Nome rivelato è sostituito con il titolo divino “Signore” (“Adonai”, in greco “Kirios”). Con questo titolo si proclamerà la divinità di Gesù: “Gesù è il Signore” (CCC209). Il Salmo 8 recita “O Signore, o Signore nostro quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra…”.
I genitori quando sono in attesa di un figlio scelgono con cura ed attenzione il nome da dargli. Per Maria e Giuseppe non è stato così: “darai alla lice un figlio e lo chiamerai “Gesù”. Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di David suo Padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 31-33).
Gesù significa “Dio salva” e in quel nome è racchiusa, quasi riepilogata, la sua Missione redentrice.
Maria a LA SALETTE
La Vergine apparendo a La Salette si rifà, come è nel suo stile, alla Sacra Scrittura ed in particolare al secondo comandamento: “Non pronuncerai il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano” (Es 20,7).
Esplicitamente dice: “I carrettieri non sanno che bestemmiare il nome di mio Figlio”. Essi rappresentano coloro che fanno un lavoro duro, pesante. Sono persone segnate dalla fatica e si trovano spesso in situazione di grave difficoltà. Tutto ciò può facilitare, anche se non giustificare, il ricorso ad espressioni colorite, spesso intercalate da bestemmie, quasi a formare un legame negativo fra uomo carro ed animale. Ancora oggi, infatti, si dice: “bestemmia come un carrettiere”.
La Vergine non dà e non vuole dare un giudizio negativo su una categoria di lavoratori che, al giorno d’oggi è praticamente estinta, ma comunque ne evidenzia il comportamento.
La bestemmia è una vile ribellione contro Dio, Gesù Cristo, la Vergine e tutto ciò che è sacro. E’ non accettare i limiti che la natura ci impone. E’ incolpare l’Altissimo dei nostri fallimenti, delle nostre disgrazie, è sentirsi impotenti di fronte a chi è l’Onnipotente.
I moderni carrettieri
Chi sono i carrettieri oggi? Coloro che incolpano Dio di essere l’origine delle loro avversità senza rendersi conto che sono causate da loro stessi o comunque da altri uomini.
C’è da domandarsi allora se offende più Dio chi “insulta” o chi attraverso ingiustizie o vessazioni ha messo il prossimo in condizione tale di disagio, da provocare reazioni verbali scomposte.
La bestemmia è veramente una stupidità, infatti non procura alcun vantaggio a chi la pratica e nessun danno alla Persona alla quale è indirizzata. Grava però come pesante colpa sull’anima.
La Vergine piange anche per la nostra indifferenza quando vediamo dileggiare il nome di suo Figlio e il suo, in spettacoli, ironici e blasfemi, con l’unico scopo di suscitare ilarità, oppure quando assistiamo al proliferare di un filone letterario che denigra e mette in dubbio i dogmi più sacri del nostro Credo.
Noi cristiani battezzati “nel nome del Padre”, dovremmo prodigarci per onorarLo. Gesù stesso ci ha insegnato a pregare: “sia santificato il Tuo nome”.
Vi sono molte persone che hanno come intercalare, legato nella maggior parte delle volte a forme dialettali, espressioni offensive nei confronti del Sacro. Persone che in preda all’ira offendono il Santo Nome, forse non rendendosi nemmeno conto di quello che dicono; persone arrabbiate più con loro stesse che con Dio.. in queste situazioni la gravità della bestemmia viene minimizzata, quasi deresponsabilizzando chi la dice.
Dio comprende perché è Padre misericordioso… ma la gravità di simili comportamenti non può essere dimenticata quasi derubricandola di ogni colpa o negatività.
D’altra parte non è razionalmente pensabile che una persona coscientemente maledica il proprio padre o la propria famiglia. La figura del padre, anche nel significato laico, è quella che ci dà il senso di appartenenza e che ci testimonia quali siano le radici sulle quali si sviluppa la nostra vita.
Quando sentiamo dire parole ingiuriose contro ciò che è sacro dovremmo avere il coraggio di dimostrare apertamente il nostro disappunto e comunque di recitare una preghiera riparatrice. E’ un modo per lenire il pianto di Maria ed alleggerire il braccio di suo Figlio al quale Dio “donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 9-11); “in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4, 12).

Il lavoro e la festa
“Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere. E’ questo che appesantisce tanto il braccio di mio figlio”.
La riflessione su queste parole del Messaggio non può che prendere avvio dal terzo comandamento: “Ricordati di santificare le feste”, precisando che nella Bibbia non si parla di feste ma del “giorno del Signore” o del “Settimo giorno” (il sabato per gli ebrei, la domenica per noi cristiani), destinato da Dio al riposo dell’uomo (cfr Mc 2, 27-28). Nella tradizione della Chiesa l’importanza del Giorno del Signore trova una speciale sottolineatura in quanto richiama, anche nella sua cadenza temporale, la Pasqua o Resurrezione di Cristo.
Il riferimento biblico, spesso evidenziato nell’articolarsi del Messaggio, qui è evidente sia nel suo significato letterale che nella sua utilità applicativa. La richiesta, infatti, è chiara: non permette interpretazioni personalistiche, e può dirsi, se correttamente accettata, utile anche per il mantenimento dell’equilibrio psicofisico della persona che, infatti, non può utilizzare il tempo messogli a disposizione da Dio solo per l’impegno lavorativo o per vivere alla giornata, senza ritagliarsi uno spazio per la riflessione, per capire chi è, dove sta andando, per riposarsi serenamente in compagnia della sua famiglia, per vivere la carità. Il cristiano, poi, non sa immaginare una domenica senza Eucarestia.
La Madonna precisa che ci ha destinato sei giorni per le attività lavorative. Ma il “settimo” lo dobbiamo concedere a Dio per ringraziarLo di tutti i suoi doni e assolvere il precetto festivo che assume un forte significato comunitario, evidenziato dalla partecipazione alla Santa Messa. Specialmente in questo periodo, diventa doveroso pregare per chi si trova ad affrontare difficili situazioni lavorative, tra cui molti giovani sfiduciati e preoccupati per il loro avvenire.
… Mi sono riservata il settimo giorno e non me lo volete concedere
La Madonna si rammarica per la condotta di quelle persone che si ostinano a non seguire i consigli della Chiesa e ci ricorda che in fondo si tratta di un impegno concentrato in un solo giorno per provvedere soprattutto alle nostre esigenze spirituali, per pensare alla nostra conversione e per rafforzare i rapporti affettivi in famiglia e nella comunità a fronte dei sei giorni impiegati soprattutto per le nostre necessità materiali.
Alla luce del Messaggio salettino non si devono ignorare alcune recenti proposte mirate ad utilizzare strutture commerciali anche nei giorni festivi.
A Roma in un incontro di fedeli appartenenti a Parrocchie limitrofe si parlava di tale ormai diffusa prassi. Di fronte alle sacrosante critiche di alcuni presenti, una signora disse in tutta tranquillità:”Ma è così bello andare a fare le compere all’uscita della Messa!”.
Seguirono attimi di silenzio imbarazzanti, molti poi sottolinearono che l’apertura festiva dei negozi non facilita di certo la celebrazione della domenica come giorno dedicato a Dio e al riposo. Simili decisioni, ormai molto diffuse, mortificano la santificazione della domenica sia per la separazione dei vari componenti la famiglia, sia perché affievoliscono il senso cristiano della stessa. Occorre prendere atto che il guadagno non può essere il centro della vita dell’uomo ed elemento decisivo nel prendere posizione su qualsiasi argomento. Dalle pagine di questa rivista mariana, proprio ascoltando le parole di Maria, si estende un invito ai lettori di pregare perché sia posta fine a questa visione della vita difforme dallo spirito e dalla lettera del Messaggio che stiamo commentando. Come sottolinea Famiglia Cristiana (pag 38, n. 15/2012) “se la festa finisce e la domenica rischia di diventare un giorno come un altro… non sarà sufficiente a consolarci la possibilità di acquistare un paio di calze in ogni momento del giorno e della notte perché avremo rinunciato a quel settimo giorno che dà significato a tutti gli altri”. Non resta che recarsi negli esercizi commerciali, aperti nei giorni festivi, solamente in casi e circostanze veramente eccezionali.


Da quanto tempo soffro per voi! Dal momento che ho ricevuto la missione di pregare continuamente mio figlio, faccio di tutto perché non vi abbandoni, ma voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi.
Gli spunti di meditazione che questo brano del Messaggio ci offre sono numerosi e per approfondirli meglio analizziamoli frase per frase.
Da quanto tempo soffro per voi!
Maria parla di tempo, di questa dimensione che è solo umana, per ricordarci che “tanto tempo fa”, sotto la Croce per noi disse il suo FIAT (Gv 19, 26-27). Ma la Vergine ci ama da sempre. Una mamma si preoccupa ed ama il proprio figlio prima ancora che questi nasca.
La Vergine soffre per noi, per ognuno di noi. E’ senza dubbio una sofferenza che fa riferimento ai problemi di tutta l’umanità, ma è anche contemporaneamente sofferenza per ognuno di noi: è attraverso l’amore e l’ascolto di singole esigenze che tutto viene proiettato nella misericordia infinita di Cristo e nella fedeltà ai progetti del Padre. La Madonna cura, si preoccupa e prega intensamente per ciascuno di noi come se fosse l’unico al mondo: ognuno si deve sentire amato e “coccolato” da Maria come lo è un bimbo in braccio alla sua mamma. Ma la Mamma in questo momento piange perché il “bambino”… non la ascolta.
Maria non si stanca di pregare per noi, siamo noi invece che ci dimentichiamo di pregare Lei.
… Dal momento che ho ricevuto la missione di pregare continuamente mio Figlio …
Maria, la serva del Signore, obbedisce a questa missione totalmente. E’ una mamma che prega il Figlio e questa è la forma più efficace di preghiera: la sua potenza è infinita perché infinita è la potenza di suo Figlio.
La Vergine intercede per noi perché è presente nella nostra vita e ne conosce la povertà. Prega soprattutto per la nostra conversione: MADRE DI MISERICORDIA. MADRE RICONCILIATRICE. Se hanno valore le “nostre” preghiere (Mc 11, 22-26), quanto potere avranno quelle di Maria!
Tutta la vita della Vergine è stata una preghiera se analizziamo umanamente gli avvenimenti che l’hanno costellata. Pensiamo all’Annunciazione, al Magnificat, alla nascita di Gesù e via via fino alla Croce e alla Pentecoste: una preghiera che continuerà fino alla fine del mondo. Non per niente la Chiesa ha aggiunto nell’AVE Maria, dopo il saluto di Elisabetta, l’invocazione di “SANTA MARIA MADRE DI DIO PREGA PER NOI PECCATORI ADESSO E NELL’ORA DELLA NOSTRA MORTE”.
… Faccio di tutto perché non vi abbandoni …
Che cosa può fare di più oltre che pregare continuamente per noi? Può essere paragonata alla preghiera di una mamma che ha il figlio in guerra. Anche noi stiamo vivendo una lotta contro il male e se la Madonna non pregasse, il demonio avrebbe campo libero con tutto quello che ne deriverebbe. Le forze del male non prevarranno solo se noi individualmente riusciremo ad attuare le esortazioni del suo Messaggio. Il brano del Siracide che si legge nella festa della Santa Famiglia (Sir 3,6) recita: “Chi obbedisce al Signore darà consolazione alla Madre”.
… e voi non ci fate caso.
E’ vero la nostra ingratitudine non ha limiti! Quanti avvenimenti sono succeduti nella nostra vita dove è stata evidente l’intercessione di Maria, che ci ha guidato in quella determinata scelta che ci ha salvato da un pericolo e che ci ha permesso di ritornare sui nostri passi.
Impariamo a fare caso a tutto ciò che abbiamo di bello e di buono, a partire dalla gioia che ci procura l’avere fede in Cristo, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici… Impariamo però a “fare caso” ai problemi degli altri. Gli altri sono l’icona di Cristo. Il buon samaritano ha “fatto caso” al viandante che si è imbattuto nei briganti.
Per quanto pregherete e farete mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi.
Possiamo provare a compensare la pena della Madonna solo ringraziando e sforzandoci di vivere secondo i suoi insegnamenti. Se recitassimo più sovente l’ultima strofa della preghiera a La Madonna de La Salette la nostra vita avrebbe un altro raggio: “Ottienici la grazia di amare Gesù sopra ogni cosa e di consolare anche te con una vita dedicata alla gloria di Dio ed all’amore dei nostri fratelli”.


Il braccio del Figlio…
sono costretta a lasciare andare il braccio di mio figlio, che è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo.
Questa frase, pronunciata da Maria a La Salette, è ritenuta una delle più difficili; essa ha significato solo se inquadrata nel clima di riconciliazione e di speranza che caratterizza tutto il Messaggio.
Da sempre gli uomini hanno attribuito a Dio forma antropomorfa e sentimenti umani: nella Bibbia, poi, “il braccio di Dio” è il simbolo della sua potenza e della sua giustizia. “Il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi” (Dt 26,8).
Quando il popolo di Israele tradisce l’Alleanza Dio lo punisce (cfr Is 1, 16-20) per ricondurlo sulla retta via, per ristabilire l’ordine e l’osservanza del patto. Si comporta come un genitore che è costretto, suo malgrado, ma proprio perché ama il figlio, a correggerlo.
Inquadrato nell’amore di Dio dobbiamo pensare che tutto ciò che ci accade è esclusivamente per il nostro bene.
Mosè ci presenta un “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà… che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato” (Es 34, 6-7). Ne consegue che Dio ha un solo sentimento: l’amore, anzi “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (Gv 4, 16).
La Vergine Maria, come è nello stile del Messaggio sembra riproporci l’episodio dell’A.T., quando nella battaglia di Refidìm, Amalèk sfidò Israele (cfr Es 17, 11-12). Sono i nostri peccati che pesano sul braccio crocifisso di Gesù.
Se i soldati romani glielo avessero permesso, Maria, sotto la croce, sarebbe andata a sorreggere il braccio di Gesù non solo come una madre coraggiosa che partecipa alla sofferenza del figlio ma soprattutto condividendone la sua missione redentrice.
La Vergine ci ricorda il potere enorme che hanno la preghiera e la fede. “In verità io vi dico: se avrete fede pari ad un granello di senape…” (cfr Mt 17, 20-21).
E’ bello pensare che insieme alla Madonna possiamo esserci anche noi, con le nostre preghiere e le nostre opere, guidate dai “dieci comandamenti”, a sostenere il braccio misterioso di Gesù e pregare con la certezza di essere ascoltati da un Padre amorevole. “A te che ascolti ogni preghiera, viene ogni mortale. Pesano su di noi le nostre colpe ma tu perdoni i nostri delitti” (Sal 65, 3). Così come possiamo pensare che fossero preghiere i sassi posti sotto le braccia di Mosè.
A La Salette Maria ci chiede di pregare con lei, di aiutarla: chiede la nostra miseria e la nostra pochezza perché… non ce la fa più! Quanta tenerezza in quest’espressione! E’ la Vergine che chiede aiuto, non perché ha bisogno di noi ma perché vuole coinvolgerci nella riconciliazione universale.
Questa richiesta è talmente sconcertante che ci deve fare rabbrividire al pensiero di quanto poco preghiamo per la nostra conversione e per quella di tutti gli uomini.
Maria vede i nostri bisogni e le nostre difficoltà e come ha fatto a Cana intercede per noi, ma anche a noi dice: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gio 2,4) Maria ha avuto fiducia in quei servi e loro hanno obbedito. Ma noi come rispondiamo?
Dio ha fiducia nell’uomo che è la realizzazione del suo disegno d’amore e vuole che nessuno si perda. Mette però delle regole e dei paletti ben precisi: le “dieci parole” e le beatitudini, ancorati nella giustizia e nella amorevole misericordia di Dio.
Dicevamo all’inizio del Figlio di Dio giudice: ed è dogma di fede. Infatti nel Credo recitiamo: “E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine”. Gesù, quindi, è giudice e darà ad ognuno la sua sentenza finale.
Nella nostra limitata logica umana non possiamo comprendere come due realtà, giustizia e misericordia, possano coesistere. Ci rincuora però Giovanni dicendoci: “nell’amore non c’è timore, l’amore perfetto caccia il timore, perché il timore presuppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18).

Se il mio popolo non vuole sottomettersi…

Dopo l’affettuosa e rassicurante esortazione iniziale e la precisa motivazione della sua apparizione, la Vergine entra subito nel vivo, fissando quello che sarà il tema del suo Messaggio, stabilendo un accordo, un patto che si attuerà solo se sarà rispettato il “se” iniziale:SE IL MIO POPOLO NON VUOLE SOTTOMETTERSI…

Il “se” ha per logica una conseguenza.

Il “se” è un simbolo di libertà: la libertà dei figli di Dio, la libertà che Dio ci dona fino alle estreme conseguenze… Maria affida a noi, alle nostre scelte l’esito della sua missione a La Salette.

Il mio popolo. Parlando a Massimino e Melania la Vergine si rivolge all’umanità intera e soffre per il suo popolo. Infatti ogni persona, in quanto plasmata dalle mani dell’Altissimo, fa parte del “suo popolo” (“verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel regno di Dio” Lc 13,29) ma le parole di Maria sono indirizzate principalmente a noi battezzati, che, pur appartenendo a Cristo, non ricambiamo il suo amore di Madre tanto da farla piangere.

Un popolo però è composto da tante singole persone che Dio ama e conosce per nome; ma ci ama anche globalmente perché siamo il suo popolo. “…piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un Popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse… Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta Alleanza che doveva concludersi in Cristo” (Conc. Ecum. Vat. II Lumen gentium 9).

Siamo tutti concatenati e il peccato di uno contamina tutti ma anche il bene compiuto dal singolo si riversa su tutti.

Si è soliti dire che un’anima che si eleva, eleva il mondo. Domandiamoci, quindi, di quanto poco ci impegniamo per migliorarci e di quanto non bene fatto siamo responsabili.

Il Beato Giovanni Paolo II incontrando i giovani disse: “Il dono più grande che ognuno di noi può fare alla Chiesa è farsi santo”.

Sottomettersi, perché?

Non vuole sottomettersi. La Vergine manifesta, poi, il motivo di quel “se” iniziale. Dio dimostra il suo grande rispetto per l’uomo: sottomettersi non vuol dire obbedire per paura, ma essere coinvolti nella fedeltà e nell’amore.

Sottomettersi per libera scelta è spogliarsi di se stessi, del proprio io per fare spazio a Dio, non è mortificare la libertà e l’intelligenza ma è un atto di umiltà e di verità. Il peccato di Adamo ed Eva è stato il rifiuto della verità di essere creature:” sarete come Dio” (cfr Gen 3,5).

La vita di Gesù è un esempio di sottomissione: a Nazaret stava sottomesso a Maria e a Giuseppe (Lc 2, 51-52). Malgrado la sua angoscia di fronte alla morte “Gesù la assume in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L’obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione” (Rom 5, 19-20).

Adesso pensiamo a quale esempio di sottomissione ci viene da Maria che liberamente condiziona tutta la sua vita a quel “Sono la serva de Signore, avvenga in me quello che hai detto” (Lc 1, 38), cosciente dell’enorme compito che le si poneva di fronte.

Nel Messaggio di Maria a La Salette traspare chiaramente un continuo richiamo biblico alla linea dei profeti. La Bibbia infatti è piena di esortazioni a cambiare strada, a tornare indietro, a prendere coscienza del proprio peccato e a lasciarsi riconciliare con Dio.

Maria a La Salette è un ponte tra l’antico e il nuovo testamento ma noi non “vogliamo” sottometterci, forse perché lo siamo già all’amor proprio, al denaro, al conformismo, alla superficialità, alla carriera, al desiderio di essere e di potere.

Quel “non vuole” è la parola chiave di tutto il Messaggio, è il rifiuto dell’uomo ad accettare Dio, Padre e Creatore, è l’ostinarsi ad ignorarlo e a fare a meno di Lui e della sua Legge. “Non vuole” è la scelta drammatica: può farlo ma non lo fa. La conseguenza è il peccato, che vuol dire seguire il separatore che non solo ci allontana da Dio, ma smembra il suo popolo. La Vergine Riconciliatrice ce lo ricorda piangendo.

I LAICI MEDITANO IL MESSAGGIO 3

Se il mio popolo non vuole sottomettersi…

Dopo l’affettuosa e rassicurante esortazione iniziale e la precisa motivazione della sua apparizione, la Vergine entra subito nel vivo, fissando quello che sarà il tema del suo Messaggio, stabilendo un accordo, un patto che si attuerà solo se sarà rispettato il “se” iniziale:SE IL MIO POPOLO NON VUOLE SOTTOMETTERSI…

Il “se” ha per logica una conseguenza.

Il “se” è un simbolo di libertà: la libertà dei figli di Dio, la libertà che Dio ci dona fino alle estreme conseguenze… Maria affida a noi, alle nostre scelte l’esito della sua missione a La Salette.

Il mio popolo. Parlando a Massimino e Melania la Vergine si rivolge all’umanità intera e soffre per il suo popolo. Infatti ogni persona, in quanto plasmata dalle mani dell’Altissimo, fa parte del “suo popolo” (“verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel regno di Dio” Lc 13,29) ma le parole di Maria sono indirizzate principalmente a noi battezzati, che, pur appartenendo a Cristo, non ricambiamo il suo amore di Madre tanto da farla piangere.

Un popolo però è composto da tante singole persone che Dio ama e conosce per nome; ma ci ama anche globalmente perché siamo il suo popolo. “…piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un Popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse… Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta Alleanza che doveva concludersi in Cristo” (Conc. Ecum. Vat. II Lumen gentium 9).

Siamo tutti concatenati e il peccato di uno contamina tutti ma anche il bene compiuto dal singolo si riversa su tutti.

Si è soliti dire che un’anima che si eleva, eleva il mondo. Domandiamoci, quindi, di quanto poco ci impegniamo per migliorarci e di quanto non bene fatto siamo responsabili.

Il Beato Giovanni Paolo II incontrando i giovani disse: “Il dono più grande che ognuno di noi può fare alla Chiesa è farsi santo”.

Sottomettersi, perché?

Non vuole sottomettersi. La Vergine manifesta, poi, il motivo di quel “se” iniziale. Dio dimostra il suo grande rispetto per l’uomo: sottomettersi non vuol dire obbedire per paura, ma essere coinvolti nella fedeltà e nell’amore.

Sottomettersi per libera scelta è spogliarsi di se stessi, del proprio io per fare spazio a Dio, non è mortificare la libertà e l’intelligenza ma è un atto di umiltà e di verità. Il peccato di Adamo ed Eva è stato il rifiuto della verità di essere creature:” sarete come Dio” (cfr Gen 3,5).

La vita di Gesù è un esempio di sottomissione: a Nazaret stava sottomesso a Maria e a Giuseppe (Lc 2, 51-52). Malgrado la sua angoscia di fronte alla morte “Gesù la assume in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L’obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione” (Rom 5, 19-20).

Adesso pensiamo a quale esempio di sottomissione ci viene da Maria che liberamente condiziona tutta la sua vita a quel “Sono la serva de Signore, avvenga in me quello che hai detto” (Lc 1, 38), cosciente dell’enorme compito che le si poneva di fronte.

Nel Messaggio di Maria a La Salette traspare chiaramente un continuo richiamo biblico alla linea dei profeti. La Bibbia infatti è piena di esortazioni a cambiare strada, a tornare indietro, a prendere coscienza del proprio peccato e a lasciarsi riconciliare con Dio.

Maria a La Salette è un ponte tra l’antico e il nuovo testamento ma noi non “vogliamo” sottometterci, forse perché lo siamo già all’amor proprio, al denaro, al conformismo, alla superficialità, alla carriera, al desiderio di essere e di potere.

Quel “non vuole” è la parola chiave di tutto il Messaggio, è il rifiuto dell’uomo ad accettare Dio, Padre e Creatore, è l’ostinarsi ad ignorarlo e a fare a meno di Lui e della sua Legge. “Non vuole” è la scelta drammatica: può farlo ma non lo fa. La conseguenza è il peccato, che vuol dire seguire il separatore che non solo ci allontana da Dio, ma smembra il suo popolo. La Vergine Riconciliatrice ce lo ricorda piangendo.


“…figli miei, non abbiate paura: sono qui per annunciarvi un grande messaggio”
Continuiamo la nostra meditazione sul Messaggio della Vergine a La Salette riflettendo sulle seconde parole “FIGLI MIEI”. Figlio è la parola più affettuosa che una persona possa dire ad un’altra e non c’è amore più completo ed assoluto di quello che ha una madre per i propri figli.
Maria dice “miei” e se siamo suoi vuol dire che non possiamo appartenere a nessun altro. In questa frase è manifesto tutto l’amore che ha per noi: chi ci chiama “figli miei” non può che volerci bene e volere il nostro bene. Ma quando ci avviciniamo al mistero, consapevoli della nostra pochezza e dei nostri limiti, abbiamo paura come i pastorelli.
Questo stato emotivo e di apprensione nell’Eden era completamente assente, ma irrompe, nella storia dell’uomo, dopo il peccato, a sottolinearne maggiormente la fragilità: “Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo e mi sono nascosto” (Gen 3,12).
Maria, a La Salette, madre del nuovo Adamo ed essa stessa nuova Eva, portando sul petto l’immagine di chi ha vinto il peccato, ci sostiene e ci dà forza dicendoci: “NON ABBIATE PAURA”: principalmente di testimoniare Cristo e di credere nella vita.
Sono parole rassicuranti che indicano la volontà di colloquiare, di instaurare un dialogo. Quante volte, però, non siamo disposti ad ascoltare Cristo che non vediamo e maggiormente il prossimo che vediamo e ci sta vicino? Quante persone sole, quante hanno bisogno di parlare e di sentirsi ascoltate!
Accoglienza: impegno dei laici
Spesso nelle nostre parrocchie si parla di “accoglienza”, di far sentire a proprio agio chi viene in chiesa, anche solo per poco tempo o di passaggio.
Sull’esempio di Maria dovremmo essere capaci di avvicinare le persone e, con estrema semplicità e disarmati, far sentire loro che dobbiamo vivere in comunione, che ognuno è prezioso agli occhi di Dio che ci conosce per nome e ci ama singolarmente.
Nessuno si deve sentire trascurato o ignorato o massificato o, peggio, giudicato o respinto. Quante volte non lo facciamo perché abbiamo paura di non avere tempo, o di non trovare le parole o gli atti adatti o temiamo di fare brutta figura o semplicemente per rispetto umano. Ma a volte per suscitare un dialogo o iniziare un’amicizia basta solo un sorriso e un saluto più cordiale e meno anonimo. Pensiamo a quanti “scambi della pace” vengono fatti con indifferenza. Forse è proprio nell’accoglienza che noi laici dovremmo impegnarci maggiormente, aiutando i Sacerdoti e mettendoci a disposizione della comunità.
“Non abbiate paura”: questa esortazione nella Bibbia è ripetuta 360 volte (quasi a significare che di questo incoraggiamento ne abbiamo bisogno ogni giorno!) e la Vergine lo dice anche a noi per tutti gli eventi della nostra vita.
Ci rimanda il Salmo 23 “anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” e ci ricorda le ultime parole di Gesù che, al momento dell’ascensione, ci rassicura dicendo: “Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Se si è con Cristo e con Maria di chi e di che cosa dobbiamo avere paura?
Maria entra subito nel vivo della sua missione e dice ai fanciulli: “SONO QUI PER ANNUNCIARVI UN GRANDE MESSAGGIO”. Chiarisce che ha un compito ben preciso. E’ venuta ad annunciarci un “grande messaggio”, non una cosa da poco, da dimenticare o trascurare o da recepire con superficialità. Maria non tradisce il suo compito di madre premurosa e preoccupata per i suoi figli, parla a nome di Cristo per darci consigli importanti, farci un discorso denso di significati per metterci di fronte alle nostre responsabilità.


Introduzione
Il percorso dei Laici Salettini di Roma è iniziato quando nell’ottobre nel 2009 due coniugi della Parrocchia di Nostra Signora de La Salette sono stati invitati da P. Heliodoro a partecipare all’incontro dei Laici Salettini di alcune Province Europee a La Salette in Francia.
L’obiettivo era quello di formare, nella nostra Parrocchia, un gruppo di persone che, disposte a fare comunità, si impegnassero a vivere la vita cristiana dando una maggiore rilevanza alla preghiera riparatrice, all’impegno apostolico richiesto dall’essenza
del Messaggio e ad operare nello spirito dell’annuncio della Riconciliazione. Questo non implica gravare la vita di ulteriori pesi ed incombenze, bensì rimanere nell’ordinario e nel quotidiano con uno spirito nuovo.
Il tutto è stato, volutamente, proposto ad un numero limitato di persone che già frequentavano la Parrocchia per iniziare un nucleo in grado, poi, di testimoniare la validità dell’iniziativa. Il primo obiettivo è stato quello di creare tra noi un clima di amicizia e di fraternità poiché la reciproca conoscenza era solo superficiale, in quanto operavamo in Parrocchia ma in ambiti diversi quali la Caritas, la catechesi nelle sue numerose fasi, l’oratorio, la liturgia, i ministri straordinari, la Legio Mariae, l’ufficio parrocchiale, il volontariato in genere e la redazione della rivista La Salette, inoltre il gruppo era composto da persone di età, esperienze lavorative e scelte di vita diverse.
Già dal primo incontro tutti abbiamo ammesso di conoscere il Messaggio poco e superficialmente e, non sempre per colpa nostra, ma perché spesso presentato solo per sommi capi. Bisognava, quindi, per entrare pienamente nello spirito della Riconciliazione, non solo studiare nella globalità ciò che la Vergine ci ha detto, ma meditarlo parola per parola.
Il Messaggio
La Vergine non ha parlato a caso, ha parlato in nome di Dio e con la forza del Fuoco dello Spirito, ha soppesato ogni parola ed ognuna ha una valenza eccezionale: basti pensare a quel “SE” che è il simbolo della nostra responsabilità, della libertà dei figli di Dio ed anche a quel “E VOI NON CI FATE CASO”.
Abbiamo quindi suddiviso il Messaggio in quattordici frasi ed iniziato a meditarlo seguendo più o meno questa traccia: che cosa, in questo momento della tua vita, La Vergine “dice” a te? Perché? Quali valori hai scoperto o riscoperto? Come intendi viverli, attuarli e farli conoscere?
Ci incontravamo, con cadenza mensile e, sotto la guida di Padre Heliodoro, condividevamo le riflessioni
Non abbiamo avuto difficoltà ad accettare questo metodo di lavoro, anche se, pur essendoci tra noi una conoscenza-amicizia, non c’era una confidenza tale da permettere una totale apertura al dialogo. Questo stile di lavoro ha ottenuto un notevole successo: più meditavamo il Messaggio, più ci affascinava, più ne scoprivamo la ricchezza e più cresceva fra noi l’amicizia e la carità. Abbiamo iniziato anche a scrivere queste nostre meditazioni che, in seguito, abbiamo raccolto e pubblicato sulla Rivista Missionaria Mariana bimestrale “La Salette”. Purtroppo il limitato spazio concesso alla Rubrica “I laici meditano il Messaggio”(solo 42 righe) ci ha costretto a riassumerle.
Sono solo meditazioni di laici, senza alcuna pretesa, ma con un unico e significativo filo conduttore: le parole di Maria.

I LAICI MEDITANO IL MESSAGGIO 1
Avvicinatevi
L’Apparizione della Vergine a La Salette lascia sconcertato chi per la prima volta ne sente parlare.
Sabato 19 settembre 1846, Massimino Giraud di 11 anni e Melania Calvat di 15 anni, abitanti a La Salette, un piccolo paese del dipartimento dell’Isere, portando al pascolo le mucche sul monte sovrastante a 1800 m, vedono, in un globo di luce, una Bella Signora “seduta” su di un sasso che, con il viso nascosto tra le mani, piange.
Nel valloncello i pastorelli restano perplessi di fronte a tale visione. Anche se notevolmente spaventati, la loro reazione oscilla tra un senso di imbarazzo di fronte al pianto e la curiosità di conoscere quella donna che mostrava palesi segni di sofferenza.
La Vergine “sta seduta” e questo fa pensare che il dolore arrecato dai peccati degli uomini sia addirittura superiore a quello che ha sofferto quando, secondo l’iconografia tradizionale, stava “in piedi” sotto la Croce. Piange, come piangeva allora e come piangono tutte le mamme del mondo quando i figli recano loro un dolore insopportabile. Piange con abbondanti lacrime e, con infinita tenerezza, ce lo mostra per arrivare a “toccare” il cuore di noi suoi figli. Ma il nostro cuore è di carne o di pietra? (cfr Ez 11, 19-20).
La Vergine si alza e parla: “AVVICINATEVI” è la prima parola che rivolge ai due pastorelli. Non è un ordine ma una esortazione, un invito a stabilire un rapporto affettivo. I pastorelli poi commenteranno: “ce lo disse con un tono così dolce che non avemmo più paura”.
Il primo passo lo fa la Vergine che va incontro a Massimino e Melania e anche loro le si avvicinano tanto che, come riferisce Massimino, tra loro non c’era lo spazio per un’altra persona.
La Madonna è ora sullo stesso “livello” dei ragazzi, anche se la sua statura li costringe a guardare in alto.
La Bella Signora ha sul petto una croce con il Cristo che sembrava vivo. Ai lati dei bracci della croce vi sono un martello e un paio di tenaglie. La Vergine viene non per se stessa, ma per mostrarci suo Figlio, per portarci l’Emanuele, il Dio con noi e per mostrarci la sua piena adesione alla volontà del Padre, adempiendo al misericordioso compito di essere nostra madre: “Avvicinatevi” è un richiamo che, a nome di Cristo, la Madonna, in ogni momento fa anche a noi: ma a quanti “avvicinatevi” non abbiamo risposto?
L’abbiamo forse allontanata come gli albergatori di Betlemme dicendo che per Lei e per Suo Figlio nella nostra casa non c’è posto perché è già piena di egoismo, pigrizia, poca fede, rabbia, rancore ecc.. o come il giovane ricco ce ne siamo andati tristi?
Gli Evangelisti raccontano delle innumerevoli volte in cui Gesù ha detto “avvicinatevi”: ai pescatori del lago, ai fanciulli, a Zaccheo, a Tommaso ecc. fino a incontrare Giuda per ricevere l’ultimo bacio.
Fa riflettere anche il fatto che nel VT (Esodo 3,5) Dio dice a Mosè “non avvicinarti oltre, togliti i calzari”, nel NT, invece, possiamo dire che la distanza tra il Creatore e le sue creature, mediante il mistero dell’Incarnazione di Cristo, si è immensamente accorciata.
A La Salette, infatti, Maria ci vuole vicino, così come siamo, con le nostre scarpe, con il peso delle nostre scarpe infangate, ben piantate per terra, che rappresentano le nostre debolezze (L’Apparizione a La Salette è l’unica in cui la Vergine indossa le scarpe). La Madonna dopo la sua esortazione ad avvicinarci è in attesa di una risposta. Non forza la nostra volontà, come non ha forzato quella degli umili pastorelli; ma solo se saremo veramente liberi e consapevoli di scegliere di “avvicinarci” saremo in condizione di “sentire” il suo Messaggio e di dare una svolta definitiva alla nostra vita.

INCONTRO TRA POPOLI, CULTURE, RELIGIONI:
ALCUNE SFIDE POSTE AI LAICI SALETTINI IN EUROPA

1. Dopo il secolo breve, caratterizzato dalla società liquida e dalla cultura disancorata, siamo arrivati al secolo della transizione. Sua caratteristica principale: cambiano progressivamente tutti i riferimenti, le prassi consolidate, le certezze. Ogni guadagno fatto non ci protegge più da ciò che potrebbe verificarsi nell’immediato futuro. L’evoluzione di quanto siamo e facciamo diventa imprevedibile e difficilmente governabile, come il mondo di internet

2. Ogni transizione richiede tempo per stabilizzarsi, lascia le persone nell’incertezza che o frena l’iniziativa o spinge ad essere superficiali, modifica in parte le identità perché destabilizza, richiede una forte capacità di mettersi in dialogo con la novità e con la diversità

3. La transizione diventa elemento di crisi che, per l’Europa, si sta declinando su più versanti:

a. lo è dal punto di vista culturale, come ha evidenziato, alcuni anni orsono, il dibattito intorno alle radici cristiane dell’Europa, con tutto l’impegno di Giovanni Paolo II e degli episcopati europei arrivato fino alla richiesta di inserimento nella Carta Comune del nostro continente di questo lemma evocativo. L’Europa è nata in pellegrinaggio e il Cristianesimo è la sua lingua materna, scriveva Goethe. La globalizzazione delle relazioni ha inserito nei nostri contesti nuovi “geni” culturali con l’esito di produrre elementi significativi di meticciato che, mentre rafforzano i nostri cromosomi nativi, portano anche qualche sconcerto. Infatti si scontrano con la chiusura quasi dogmatica, propria di chi non si sente sufficientemente sicuro di sé. È classico l’esempio delle argomentazioni a sfavore delle immigrazioni da altri paesi e culture. Ma, forse, non si è fatta sufficiente attenzione all’inserimento di culture parallele che non dipendono dalle migrazioni, ma da modelli antropologici che si sono insinuati sul tessuto della vecchia cultura europea modificandola

b. lo è dal punto di vista sociale con l’emergere di localismi talora esasperati e con il rischio di frantumazione delle identità nazionali, come Brexit insegna. Identità ed unità nazionale sono temi tra loro strettamente intrecciati che non sono il cuore del discorso, ma contribuiscono a costruirlo. In questo la storia infinita della ricerca delle regole condivise per la creazione di una casa comune europea – storia sempre solo ai nastri di partenza – ci insegna quanto grave sia la crisi identitaria nei nostri paesi

c. lo è dal punto di vista religioso in modo molto eloquente e preoccupante. Non tanto per le conseguenze numeriche, ancora poco modificate, quanto per quelle di contenuto. Quanti cristianesimi ci sono in Europa? Quante forme di essere cattolico ci sono? Ma soprattutto, quanta coscienza di essere popolo di Dio che cammina dietro il suo Signore, per conformare se stessi e la propria esistenza a lui, come spesso richiama il Papa? Quanto Battesimo si vive davvero nella varie vocazioni e quanta appartenenza formale? Quanto la “mia” fede diventa l’ossatura del mio vivere, e quanto invece è semplicemente uno degli ornamenti, necessari ma poco incisivi in me?

4. Conseguenze in buona parte devastanti, tanto da farci ritrovare in una vera era del vuoto che ci sta interpellando con le sue contraddizioni e le sue sfide. Tanto che in qualche caso abbiamo l’impressione di essere giunti alla fine. Vuoto che manifesta in vari modi, tra i quali:

a. l’accentuarsi dell’individualismo dei singoli e dei gruppi, con le varie conseguenze in termini di diritti, doveri, organizzazioni. Il boom economico dei nostri paesi – chi prima e chi poi - ci ha indotti a puntare molto su di noi, sul nostro piccolo gruppo. È entrato in noi il germe del self made man che oggi ci ha messo a giocare in difesa. Così, nel tempo delle crisi, invece di allearci ci stiamo barricando nelle nostre certezze residue. Ma anche la fede si è trasformata in fatto personale, individuale. E la cultura certamente non favorevole ha subito assunto questa prospettiva relegando, di fatto, ogni elemento della fede al solo foro interno. Via dall’agorà pubblica le questioni desunte dalla fede perché questa è cosa del singolo

b. l’emergere della forza del relativismo etico non solo nella vita privata, ma anche in quella pubblica nelle sue varie forme con le conseguenze di “fluidità” che generano incertezza e necessità di adattabilità. Un tema sensibile, questo, e molto delicato perché, in presenza di fragilità identitaria rischia di trasformarsi in dogmatismo, intolleranza, fanatismo. E non pensiamo che lo sia solo per i Musulmani, come abbiamo visto negli ultimi mesi sia rispetto ai migranti, che ai Rom, che alle persone senza dimora. Tutto è relativo, nulla è certo, nulla è vero. È l’accento esagerato sulle possibilità dell’uomo e dell’io che relativizza tutto. È il senso di autonomia assoluta che, ad esempio, un certo modo di vivere la scienza ci ha innestato dentro. È la confusione tra democrazia e forza della maggioranza che rischia di farlo lievitare

c. la sempre più presente doppia morale nella vita delle persone e dei gruppi sociali, che porta ad uno stile basato fondamentalmente sulla menzogna e sulla truffa, una sorta di anti-verità eletta a sistema. Anche nella vita di fede. E tutto aggravato dalla effettiva mancanza del controllo reciproco – in termini morali si parlerebbe di correzione fraterna – dovuta a quel crollo della dimensione comunitaria di cui già si diceva

d. il cambiamento radicale di diversi significati dei fatti propri e comuni dell’esistenza quali quello della relazione interpersonale, o quello del bene comune, come quello della laicità e quello inerente il dialogo. Significati che rimandano davvero alla osservazione che i Padri Conciliari scrissero quasi al termine del Vaticano II: Immersi in così contrastanti condizioni, moltissimi nostri contemporanei non sono in grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli dovutamente con le scoperte recenti. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra speranza ed angoscia, mentre si interrogano sull’attuale andamento del mondo. Questo sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta

e. la crisi di senso della vita e, in definitiva, dell’uomo stesso che si pone ed antepone a qualsiasi principio ritenuto primo o ultimo. Crisi che è ben più della identità mancata: si riferisce al perché profondo della vita. Che, se mal affrontata, porta agli esempi si sfida al destino fino all’estremo. Tanto, anche se dovesse finire male, non perderei nulla. Mi sia concesso di insistere su un unico punto. Tra i pericoli che minacciano la cultura contemporanea, il più grave è la crisi di senso e della verità, causa prima di deviazioni morali e di disperazione. Spetta a voi teologi ridare a un mondo che non smette di ispirarvi il desiderio di perseguire la verità, il “gaudium de veritate” che salva e che fa liberi

f. la pluriformità della globalizzazione dei fenomeni, delle culture, delle mobilità, dei mercati, delle idee, con la conseguenza forte della inculturazione in altri livelli geografici e culturali con la necessità di adeguamento non sempre lineare

g. nell’ambito del sacro il prevalere della religione sulla fede che sta portando a forme di appartenenza molto esteriori, che non incidono sulla interiorità ma si accontentano dell’apparato celebrativo, delle questioni legate ai modi più che agli stili, del fattore personale e privato. È un revival del sentire religioso avvertito come necessità ma di natura non coessenziale alla vita della persona: è diventato un elemento solo culturale

5. A fianco e dentro questi elementi in Europa si sono inseriti alcune questioni che fanno declinare la crisi in modo particolare. Eccone alcuni:

a. la fragilità della costruzione della casa comune europea, segno chiaro della poca solidità del progetto unitario e della scarsa volontà di superare i localismi. Tutto ci dice di metterci insieme e, invece, diamo di fatto forza a “ciò che ci divide”. Qualche esempio: la volontà separatista della Scozia, la questione settentrionale in Italia, la Brexit, la lentezza nell’assunzione delle decisioni politiche e amministrative, le rivendicazioni di autonomia degli stati membri, le scaramucce tra polizia spagnola e polizia catalana nei recenti fatti di Barcelona, i veti incrociati di Francia e Germania, …

b. la questione migratoria, punto sensibile e di grande impatto. Da inizio 2017 a giugno sono arrivati rifugiati per oltre 101.000 unità solo considerando coloro che hanno attraversato il Mediterraneo e 2.250 sono morti in mare. 85% di loro arrivati in Italia, gli altri tra Grecia (9.300), Cipro (300) e Spagna (6.500). Una questione che ha messo a nudo le fragilità locali, le paure, le convenienze politiche. Ma si tratta di una questione destinata a modificare profondamente l’Europa. Dentro alla questione c’è un elemento di cui non si parla più, ma che è importante: il movimento interno tra Europa dell’est ed Europa dell’Ovest (in Italia, ad esempio, circa 1 milione)

c. abbastanza legato è il fenomeno degli attacchi ripetuti da parte di varie forme di integralismo di matrice religiosa e culturale. In sintesi, dal 2014: Bruxelles 24 maggio 2014, Joue les Tours 20 dicembre 2014, Parigi 7 gennaio 2015, Nice 3 febbraio 2015, Copenhagen 15 febbraio 2015, Saint Quentin Fallavier 26 giugno 2015, treno Amsterdam Parigi 21 agosto 2015, Parigi 13 novembre 2015, Londra 5 dicembre 2015, Parigi 7 gennaio 2016 (Charlie Hebdo), Bruxelles 22 marzo 2016, Magnanville 13 giugno 2016, Nice 14 luglio 2016 (promenade), Wurzburg (D) 18 luglio 2016, Ansbach (D) 24 luglio 2016, Saint Etienne de Rouvray – Rouen 26 luglio 2016 (parroco), Berlin 19 dicembre 2016, Istanbul 1 gennaio 2017, Londra 22 marzo 2017, San Pietroburgo 3 aprile 2017, Stoccolma, 7 aprile 2017, Manchester 22 maggio 2017, Londra 3 giugno 2017, Parigi 6 giugno 2017, Londra 19 giugno 2017, Parigi 19 giugno 2017, Bruxelles 20 giugno 2017, Amburgo 28 luglio 2017, Barcelona 18 agosto 2017, Cambrils 18 agosto 2017. Ne sta derivando un nuovo assetto anche valoriale nei confronti del modo di percepirsi degli europei: fragilità e vulnerabilità. Che, invece di ricondurre ad una riflessione educativa sta portando alla ricerca spasmodica e non governata di supporti difensivi. C’è il rischio di una involuzione culturale e anche religiosa

d. vi è anche una forte crescita della povertà e dei fenomeni di emarginazione di sempre più larghi strati delle popolazione. Quasi un quarto della popolazione europea vive a rischio povertà o esclusione sociale: un esercito che ha raggiunto quota 118,7 milioni nel 2015, in aumento rispetto ai dati del 2008, anno di inizio della crisi economica (115,9 milioni). Si tratta appunto di quasi un quarto (23,7%) della popolazione dell'Ue, di nuovo ai livelli del 2008. Sono definiti in questa condizione in quanto ricadenti in almeno una delle tre condizioni: a rischio di povertà dal punto di vista reddituale (dopo i trasferimenti sociali), in difficoltà economiche materiali, in nuclei familiari con basso lavoro. Tra i quindici i Paesi dell'Ue dove l'indice di povertà è aumentato in questi anni, l'Italia si trova al quarto posto (+3,2%) dietro a Grecia (+7,6%), Cipro (+5,6%), e Spagna (+4,8%). Complessivamente nella Penisola sono 17,4 milioni gli italiani a rischio povertà o esclusione nel 2015 rispetto ai 15 milioni del 2008. Dall'altro lato della medaglia, i maggiori declini di persone a rischio si sono visti in Polonia (da 30,5 a 23,4%), Romania, Bulgaria e Lettonia

e. è in atto un progressivo abbandono dell’impegno educativo e formativo che sta modificando, abbastanza velocemente, il modo di vedere, intendere e vivere la realtà. È un processo che tende alla marginalizzazione della religione a tutto vantaggio di una vaga spiritualità molto individualista e pochissimo incisiva nella costruzione della società

6. Perché tutte queste sfide – e le tante altre che stanno dentro ad esse – interpellano il laico salettino? Lo interessano anzitutto in quanto laico, ovvero in quanto portatore di una missione specifica nel mondo che lo coinvolge pienamente. Lo interessano perché richiedono un approccio riconciliatore che è tipico del messaggio de La Salette. Lo riguardano perché è proprio dell’atteggiamento di Maria sui monti dell’Isere che:
a. appare sulla terra, luogo della vita e del lavoro della gente, ovvero il mondo
b. appare con le scarpe e con il vestito locale ad indicare un modo specifico di stare in quel mondo
c. appare indicando uno strumento di revisione del già dato: le tenaglie che servono a togliere i chiodi, non a metterli
d. appare piangendo perché vede correttamente a quale stravolgimento del disegno originario di Dio l’uomo sta lavorando, con un atteggiamento di profonda sintonia con il mondo.
Il laico salettino non è ostile al mondo, ma profondamente solidale con esso tanto da scendere laddove è il mondo per portare un messaggio di verità. Scendere nell’Europa di oggi a partire dal terreno dell’accoglienza che è quello al momento non solo più scivoloso, ma anche più interpellante per i cristiani.


Incontro europeo laici salettini
Santiago de Compostela – settembre 2017

ACCOGLIENZA DELL’ALTRO E DEL DIVERSO:
ELEMENTI PER UNA SPIRITUALITÀ DELLA RICONCILIAZIONE

1. Tema centrale e cruciale per la vita di un cristiano oggi: nella capacità di accoglienza si gioca la nostra condizione di esseri umani o il nostro scivolare nella barbarie bestiale che ci attornia. L’impegno della prossimità è il vero antidoto alla globalizzazione della indifferenza

2. Tre tappe della nostra riflessione: le radici bibliche dell’accoglienza, noi e gli stranieri come emblema della diversità da accogliere, lo stile dell’accoglienza cristiana visto con le lenti salettine

3. Prima tappa:
LE RADICI BIBLICHE DELL’ACCOGLIENZA

a. Accoglienza è un programma di vita: ad cum legere (in latino) significa “raccogliere insieme verso”. Camminare insieme per costruire il bene comune è l’imperativo biblico per l’umanità

b. YHWH chiede al suo popolo di amare il prossimo (Lev. 19,18) ma anche amate lo straniero perché anche voi siete stati stranieri in terra di Egitto (Deut. 10,34). La motivazione di questo precetto che chiama all’amore, vertice dell’accoglienza, risiede nel fatto che i credenti sono costitutivamente stranieri. Qualche esempio:
i. 1Pt 2,11: vi esorto come stranieri e pellegrini
ii. Eb 11,13: nella fede morirono … confessando di essere stranieri e pellegrini sulla terra
iii. Fil 3,20: la nostra patria è nei cieli e di la spettiamo come salvatore il Signore Gesù

c. Anche i primi Padri della Chiesa sono dello stesso parere. Lo dice bene la Lettera a Diogneto , ma anche Agostino che scrive: vero cristiano è colui che anche nella sua casa riconosce se stesso come un viandante, uno straniero

d. Se scegliamo di percorrere una strada di chiusura non trasgrediamo ad un elemento periferico della fede ma rovesciamo totalmente la volontà di Gesù. Esattamente come stava capitando a metà del XIX secolo in Francia dove il mio popolo non vuole sottomettersi, dove il giorno del Signore era disatteso, dove la bestemmia la faceva da padrone. Allora il rovesciamento si presentava così. Oggi il grande sintomo è proprio la chiusura. Con gli occhi di Maria dobbiamo cogliere questo segno dei tempi e connetterlo con le sue lacrime di allora

e. Gesù, anzitutto, ci è modello di accoglienza. La sua è una santità ospitale che Luca ben sintetizza così: Gesù accolse le folle, parlava loro del regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure . Il suo essere profeta si radica proprio nella disponibilità ad accogliere tutti e ciascuno e di lasciarsi accogliere (come da Marta o da Zaccheo ). Gesù accoglieva tutti, in primo luogo i poveri in quanto primi destinatari del Vangelo. Con alcune specificità:
i. non accoglieva il povero in quanto povero, lo straniero in quanto straniero, il peccatore in quanto peccatore perché avrebbe significato rinchiuderlo in una categoria e ghettizzarlo. Gesù incontrava l’altro in quanto essere umano. Non aveva prevenzioni
ii. si metteva sempre e anzitutto in ascolto dell’altro cercando di percepire cosa gli stava a cuore
iii. in questo modo risvegliava la fiducia e la fede da parte dell’altro (dice la tua fede ti ha salvato e non “io ti ho salvato), attraverso la sua presenza di persona affidabile, accogliente, ospitale
iv. questo è compassione, capacità di arrivare alla comunione passando per la relazione.
Anche la Vergine a La Salette è un modello di accoglienza con Melanie e Maximin. È quello lo stile che ci chiede di avere come suo figli e come persone che si ispirano al suo messaggio. Lasciare avvicinare le persone accogliendole nel cuore in quanto persone e non rendendole categorie.

f. Abbiamo nel Vangelo secondo Matteo un canovaccio che ci guida nell’incontro accogliente dell’altro. Ascoltiamolo:
34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».
Nell’ultimo giorno ci sarà lo svelamento della nostra prassi quotidiana che, oggi, spesso mascheriamo. Qui sta la posta in gioco della accoglienza o della non accoglienza. Diamo gloria a Dio con la nostra capacità di accoglierci a vicenda. Nulla di più semplice, nulla di più esigente

4. Seconda tappa:
NOI E GLI STRANIERI, EMBLEMA DELLA DIVERSITÀ DA ACCOGLIERE

a. In virtù di quanto proclamato dal Vangelo per noi discepoli del Signore chiudere la porta ai migranti, ai poveri, agli ultimi vuol dire mettere Cristo fuori dalle nostre vite, dunque non essere più suoi discepoli. Gesù si incontra proprio nella persona dell'altro anche se così diverso. L’alternativa non è tra accoglienza o rifiuto dello straniero ma tra civiltà e barbarie
b. Noi cristiani possiamo contribuire al dibattito sullo straniero con una sola parola: philoxenia, amore per lo xenòs, lo straniero. La parola con cui si apre la storia della salvezza in Abramo è lekh lekhà, esci, vattene . Abramo è sempre straniero e forestiero nella terra di Canaan. Per questo sa bene cosa significa accogliere, diventando il philoxenos per eccellenza (come nel caso dei tre viandanti alle querce di Mamre ). Così facendo, come scrive la lettera agli Ebrei, senza saperlo hanno accolto degli angeli . C’è un versetto della lettera ai Romani che è fortissimo in questo senso. La traduzione in italiano recita siate premurosi nell’ospitalità . Ma in greco si dice “perseguite la philoxenia”. Questo atteggiamento è insito nella nostra natura di cristiani, fa parte della identità cristiana

c. Come possiamo diventare xenofobi se siamo di natura xenofili? Scriveva il teologo Danielou: La civiltà ha fatto un passo decisivo il giorno in cui lo straniero da nemico è divenuto ospite … il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite e in cui lo straniero sarà rivestito di singolare dignità, invece di essere votato alla maledizione, quel giorno si potrà dire che qualcosa sarà cambiato nel mondo

d. È fisiologico che la presenza massiccia di stranieri ci ponga in questione: proprio perché ci manca un terreno comune su cui confrontarci la conseguenza che nasce spontaneamente è la paura. Questa non va ne minimizzata ne derisa, ma presa sul serio e capita. Per fare questo dobbiamo mettere in conto non solo la “mia” paura ma anche – e soprattutto – la “sua” (quella dell’altro). Siamo due paure a confronto. Non basta evocare questioni ideologiche o religiose: va affrontata come presa di coscienza della distanza, della diversità, della non conoscenza e, quindi, della non affidabilità. La paura è paralizzante ma va superata assumendola, non rimuovendola. Va evitato di assolutizzare la identità dell’altro ma anche di assolutizzare la propria identità. Perché altrimenti si dimentica che l’identità – a livello personale e a livello comunitario – si è formata storicamente e si rinnova nell’incontro, nel confronto, nella relazione. L’identità è dinamica, non monolitica ma plurale: è un tessuto di molti colori, fatto di fili intrecciati. L’identità si costruisce ed irrobustisce grazie all’accoglienza dell’altro e della sua alterità. Altrimenti diventiamo socialmente autistici

e. Per vivere davvero l’incontro con l’altro possiamo richiamarci le parole del filosofo Emanuel Levinas: Io sono soltanto nella misura in cui sono responsabile . Incontrare lo straniero e l’altro non significa farsi una immagine della sua situazione, ma porsi come responsabile di lui senza attendersi feed back, fino alla difficile sfida di una relazione asimmetrica, disinteressata e gratuita. Solo così l’incontro diventa incontro con Dio. Ci sono di esempio i monaci trappisti del monastero di Notre Dame de l’Atlas a Thibirine, uccisi nel 1996, che possiamo considerare come gli sponsor spirituali del cammino di incontro cristiano con lo straniero. E in questo senso i laici salettini sono molto interpellati (come vedremo più avanti)

5. Terza tappa:
LO STILE DELL’ACCOGLIENZA CRISTIANA

a. Se accoglienza è tutto questo, come possiamo renderla visibile e vitale oggi? E come lo possiamo fare a partire dalla prospettiva salettina? Proviamo ad identificarne i tratti scandagliando il tesoro del Vangelo nella parabola del Buon Samaritano

i. Siamo all’overture della parabola, con quella domanda essenziale su chi sia il prossimo.
25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai ».

ii. Primo elemento dell’arte dell’accoglienza: il vedere l’altro, l’accorgersi di lui e del suo bisogno.
30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
Non basta guardare, occorre vedere, essere svegli e vigilanti, restare consapevoli che nel quotidiano dobbiamo non solo incrociare l’altro ma vederlo con uno sguardo che sappia leggerlo nella sua identità. Come non ripensare agli occhi della Vergine a La Salette che vedono, colgono, interpretano e per questo soffrono. Vedere, però, è necessario ma non sufficiente, come ci dice il comportamento del sacerdote e del levita

iii. Secondo elemento dell’arte dell’accoglienza: avvicinarsi all’altro rendendolo mio prossimo. Il Samaritano non ha nessun titolo da vantare, eppure viene indicato come protagonista per indicarci che quando si tratta di vivere l’amore non ci sono etichette che tengano: conta solo lo stare accanto all’uomo. C’è la decisione di farsi vicino: è il vertice teologico ed antropologico dell’insegnamento di Gesù. La vera domanda, allora, è: a chi mi faccio prossimo? Il volto dell’altro mi accenda una responsabilità. E qui sta uno degli elementi più originali del carisma salettino: farsi responsabili. La Vergine chiede proprio questo ai due piccoli pastori

iv. Terzo elemento dell’arte dell’accoglienza: essere preso da viscerale compassione. Dice proprio così il verbo greco, splanchnizomai. Un verbo usato nove volte da Gesù tra cui nel brano del padre misericordioso. Nella prossimità si è feriti dalla sofferenza dell’altro e non si può restare indifferenti. È un moto interiore che ci cambia ci svelano a noi stessi per quello che davvero siamo

v. Quarto elemento dell’arte dell’accoglienza: fare misericordia.
34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
L’accoglienza umana e cristiana è proprio questo: una chiamata a fare misericordia. Quando si decide di fare si può solo sapere che ah inizio l’arte dell’incontro. Arte che non sappiamo dove ci porterà e che comporta diverse tappe: ascolto, sospensione del giudizio, simpatia, empatia, dialogo, magiare insieme, lasciarsi per poi ritrovarsi, non accampare pretese sull’altro. Si tratta di fare ciò che possiamo fare in modo che si abbia cura dell’altro, che sia coinvolgente altri (l’albergatore nella parabola), che sia bello. Nessun protagonismo della carità, dell’accoglienza ma una carità intelligente, bella libera e liberante

6. Tutto questo ci riporta in modo diretto ad alcune linee del messaggio de La Salette e dello stile di vita che ciascun laico salettino è chiamato a fare proprio. Lo direi così: il vero nome dell’accoglienza cristiana è prossimità.

a. La prossimità è il mandato forte che viene da La Salette. Ed è contenuto in quell’invito forte della Vergine al termine dell’apparizione: Ebbene, figli miei, lo farete conoscere a tutto il mio popolo. Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo. Qui c’è insieme l’elemento della responsabilità e quello della prossimità. I salettini sono fondamentalmente fatti per l’accoglienza. Non tanto quella materiale, intesa nel senso comune, ma quella profonda che si fa prossimità all’uomo. E all’umo nella sua quotidianità e nelle sue fatiche, al carrettiere che bestemmia o al contadino che pensa di non avere tempo per andare alla Messa perché troppo attento alle cose che passano. Ancora il salettino oggi ha un compito proprio verso l’accoglienza nelle sue dimensioni concrete verso i migranti. E tale compito non è in prima battuta rivolto ai migranti, ma alla nostra gente – italiani, spagnoli, svizzeri, francesi, tedeschi, polacchi, … - che ha bisogno soprattutto di vedere con occhi diversi, con gli stessi occhi di Maria che scorge i nodi che contano, senza fermarsi alle impressioni che passano. Le lacrime di Maria ci dicono che siamo chiamati a far lavare gli occhi dei fratelli in modo che vedano come vede Dio e si incontrino con il fratello, chiunque esso sia. Siamo chiamati a suscitare le lacrime della nostra gente, non per una forma pietistica che si lascia prendere dalla pena per i guai degli immigrati richiedenti asilo, ma per la comprensione di stare venendo meno alla nostra vocazione umana e cristiana

b. La prossimità apre il salettino a diventare attore di riconciliazione. Tutte le cose dette ci rendono certi che, specie sulla questione migratoria di oggi, serve con urgenza un percorso forte e sincero di riconciliazione. Tra migranti e nativi, tra migranti e migranti, tra nativi e nativi, tra paese e paese. Ma, prima di tutto, tra persona e Dio. Senza questa profonda riconciliazione interiore ogni tentativo di guardare all’altro in modo divino rischia di infrangersi sulle rocce del nostro egoismo. Il salettino non può restare a guardare: deve diventare riconciliatore delle prospettive, concretamente. Lo deve fare con la parola, ma anche mettendo in gioco se stesso per primo con segni chiari di dialogo e di accoglienza intelligente . Per questo deve anzitutto sottoporsi ad un tirocinio personale di incontro con l’altro, per poi farsi capace di dire la verità sulle cose (e anche sui migranti). In questo percorso può attuare la missione ricevuta dalla Vergine e dire appunto quanto Dio vede.

A cura di
Pierluigi DOVIS
Direttore
Caritas Diocesana Torino

RELAZIONE SULL’ASSEMBLEA AMCG-FAMIGLIE CARISMATICHE
ROMA 27 MAGGIO 2017

Sabato 27/05 ho partecipato, come membro dell’Equipè Internazionale dei Laici Salettini insieme a padre Belarmino, membro del Consiglio Generale, all’Assemblea dell’AMCG-Famiglie Carismatiche che si è svolta a Roma presso la sede dei Fratelli delle Scuole Cristiane.famiglia carism3
Nella mattinata i lavori dell’Assemblea sono iniziati con gli interventi dei vari relatori

su tre passi della Lettera Apostolica di Papa Francesco ai Consacrati:
1) un dono da contemplare: guardare il passato con gratitudine (p.Isidoro Murciego)
2) un dono che genera comunione: vivere il presente con passione (p. Rino Cozza)
3) un dono da donare: abbracciare il futuro con speranza (sr. Leyslye Sandigo)

In ognuno di questi passi i relatori hanno sottolineato l’importanza di alcuni aspetti del carisma-dono: il “guardare alla propria storia” che serve a tenere viva l’identità e a rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza, il “vivere il presente con passione” che serve a diventare promotori di comunione perché nessuno costruisce il futuro isolandosi, “l’abbracciare il futuro con speranza” per diventare ed essere nel mondo una reale testimonianza profetica, attraverso la comunione e l’incontro tra differenti carismi e vocazioni.
E’ partendo da questa cornice che l’Equipè di Pianificazione ha poi presentato la proposta del piano di formazione per le Famiglie Carismatiche (“Cammino verso la comunione”) da realizzarsi nel trienno 2017-2020.

L’obiettivo generale di questo cammino formativo sarà crescere nella “spiritualità della comunione” nelle e fra le famiglie carismatiche affinchè le Famiglie Carismatiche possano essere testimonianza profetica di comunione, gioia e speranza al servizio del Regno di Dio. Il processo formativo per raggiungere questo obiettivo sarà volto a promuovere la riflessione e nutrire la ricchezza del carisma-dono che manifesta la sua pienezza quando si concretizza nei diversi modi di vivere la vita cristiana e fa maturare una comunione di vocazioni nella visione e missione condivisa. I temi proposti per il triennio di formazione saranno:
- 2017/2018: comunione vocazionale nel carisma,
- 2018/2019: fedeltà creativa per servire profeticamente
- 2019/2020: chiesa: popolo di Dio – dei, fra e nei – popoli

Al termine della presentazione si è svolto un lavoro in piccoli gruppi per valutare il programma della formazione. La mattinata si è poi conclusa con la condivisione dei lavori di gruppo.
Nel pomeriggio, per favorire la conoscenza dei partecipanti all’Assemblea, c’è stata la presentazione della Famiglia Guanelliana. E’ seguita poi la conferenza del Segretario Generale della USG e Superiore Generale Emerito dei Comboniani sul tema “La comunione tra i carismi” , in cui padre David K. Glenday sottolinea come “sono gli stessi carismi a spingere alla relazione e come solo la comunione tra di noi possa essere la più efficace testimonianza del Signore che seguiamo”.

L’assemblea si è conclusa con un momento celebrativo di preghiera “Le famiglie Carismatiche nella Chiesa” in cui attraverso il canto, la processione all’altare con una piccola luce, la lettura della Parola di Dio, il silenzio e la preghiera conclusiva (“O Trinità gloriosa, noi da Te chiamati con profonda gratitudine, rinnoviamo l’impegno di una risposta ardente, generosa e audace, nella fedeltà al carisma ricevuto. Attrai, o Signore, sempre più i nostri cuori a Te, perché nel si di ogni giorno si dilatino sempre di più e così possiamo tutti giungere a lodarti senza fine nella luce del giorno che non muore. Amen”) è stato rinnovato il nostro impegno come Famiglie Carismatiche.

Antonella PortinaroFamiglie carism2Famiglie carism5

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