Riflessione - Luglio 2021

Ve lo dirò diversamente…

Luglio 2021

Annunciare Cristo nella libertà e in mezzo alle diversità

Se c’è un testo che per eccellenza esprime lo spirito missionario dal punto di vista del Nuovo Testamento, questo testo è la Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, capitolo 9, versetti 1923, in cui Paolo scrive: “Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”.

In questo brano Paolo dà alla sua opera di evangelizzazione un chiaro carattere cattolico universale. In questi versetti Paolo svela anche tre importanti elementi che supportano un approccio così universalistico al suo ministero. Primo: l’opera di evangelizzazione di Paolo è universale perché l’evangelizzatore è libero, come affermato nella prima parte del versetto 19: “Infatti, pur essendo libero da tutti, […]”. Secondo: l’opera di evangelizzazione di Paolo è senza “confini” perché l’evangelizzatore trova la sua motivazione nel Vangelo: “Ma tutto io faccio per il Vangelo […]” (v. 23). In terzo luogo, l’opera di evangelizzazione di Paolo è universale perché l’evangelizzatore ha un solo obiettivo, cioè “[…] salvare a ogni costo qualcuno” (v. 22). Questi tre elementi spiegano sia il “perché” che il “come” Paolo fu in grado di farsi “[…] tutto per tutti […]”. Ecco perché, ad esempio, durante il suo soggiorno ad Atene, Paolo discute nella sinagoga “[…] con i Giudei e con i pagani credenti in Dio e ogni giorno, sulla piazza principale, con quelli che incontrava” (At 17,17) e pure nell’Areopago (At 17,22). Bastano questi pochi passaggi per mostrare il grande approccio pastorale “cattolico” che ha ispirato e guidato il ministero e l’opera di evangelizzazione di Paolo. Sembra che, per Paolo, non ci fossero situazioni “adatte” e “non adatte”; o persone “adatte” e inadatte” per predicare la Buona Novella. Ogni situazione e ogni categoria di persone erano, potenzialmente, la “situazione giusta” e le “persone giuste” per proclamare il “[…] Vangelo di Gesù il Cristo […]” (Mc 1,1).

Nonostante quello che potremmo pensare, Paolo non fu il primo a incarnare e dare vita a questo modo di diffondere la Buona Novella.Prima di lui, Gesù di Nazareth fece lo stesso.Prima di Paolo, Colui che fu l “Apostolo” del Padre si accostò alla sua missione con lo stesso atteggiamento.Infatti, durante il suo ministero pubblico Gesù di Nazareth, mosso da un “fuoco ardente” sia per il Regno di Dio che per “le cose del Padre”, annunciò la Buona Novella sia agli uomini che alle donne;sia ai Farisei che ai Sadducei;ai ricchi quanto ai poveri e agli emarginati di quel tempo; tanto ai pii Giudei che ai Samaritani e ai Gentili.Il ministero di Gesù non conobbe né limiti religiosi o culturali, né confini etnici o sociali.Il suo appassionato coinvolgimento nella missione affidatagli dal Padre lo rese un predicatore, un maestro e un redentore estremamente libero.

È interessante notare che possiamo trovare lo stesso spirito nell’Apparizione di Nostra Signora di La Salette.Infatti, questo è suggerito, ad esempio, dagli abiti indossati dalla Bella Signora di La Salette quando apparve ai due pastorelli, Massimino e Melania.I ricordi dei due bambini ci raccontano che Maria, a La Salette, era vestita come si vestivano le donne ordinarie dell’epoca nella zona del piccolo villaggio di La Salette.Lo stesso si può dire di quando Maria passò dal francese al patois, il dialetto parlato dalla gente comune di quella zona geografica a quel tempo.

Gesù di Nazareth, San Paolo e la Bella Signora de La Salette: tre esempi stimolanti che ci invitano e ci ispirano a vivere nei nostri ministeri, e al di là delle nostre preferenze o ideologie, la “cattolicità” della missione che la Madre, attraverso il Figlio,ha affidato a ciascuno di noi. 

Il linguaggio dell’amore

È per amore che Gesù ha assunto su di sé la nostra condizione umana, anche se questo magnifico atto gli costerà un’estrema sofferenza al punto da gridare “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” 

“Vi dirò in un altro modo” che tocca molto bene l’evangelizzazione come missione primordiale della Chiesa, poiché essa è la continuazione dell’azione salvifica di Cristo. Il messaggio cristiano si è inserito nel linguaggio di tutti i popoli in modo tale da soppiantare persino le culture! È come dire che tutte le culture si lasciano illuminare dall’autorità di Cristo come denominatore comune: “Non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” che il nome di Gesù. 

Il pontificato di Giovanni XXIII assume l’aggiornamento della Chiesa dando continuità al movimento di rinnovamento liturgico, teologico, biblico, pastorale e sociale, alla ricerca di una nuova posizione in sintonia con il grande desiderio della Madre di Dio di far comprendere sempre di più il messaggio del suo Figlio.

San Giovanni Paolo II, nella sua enciclica, Redemptoris missio propose, per la prima volta, l’espressione “nuova evangelizzazione”. Questo non nasce perché è emerso ed è stato istituito un nuovo dicastero nella Santa Sede, ma piuttosto una provocazione alla Chiesa a riconoscere l’urgenza e la necessità dell’evangelizzazione come missione della Chiesa stessa, che va avanti da duemila anni, che deve comunque trovare un linguaggio nuovo, avere nuovi stili di vita, fatti anche di profonda identità, ma anche di rispetto. Perciò, il santo del nostro tempo ha inteso risvegliarci a un nuovo linguaggio nell’annuncio della fede di sempre, e da noi è inteso che Maria, non volendo cambiare la direzione della Chiesa di suo Figlio, vuole solo ricordarci il nostro dovere di sempre che è, prima di tutto, la nostra sottomissione a Dio. Ve lo dirò diversamente, non è altro che rendere esplicita la verità permanente ed eterna, cioè il mistero di Gesù morto e risorto, causa della nostra salvezza. Ve lo dirò diversamente” è, come dice il cardinale Tagle, accettare l’attuale sfida di discernere come presentare il Vangelo, che è sempre lo stesso, in un mondo che cambia. 

Nell’annuncio della Buona Novella della salvezza deve essere sottinteso il linguaggio che non ha confini, il linguaggio dell’amore la cui eredità Gesù ci ha lasciato nell’ultimo momento della sua vita in questo mondo deve essere sottinteso: “Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). L’annuncio evangelico in questi giorni, il linguaggio meglio compreso dall’umanità di oggi è quello dell’amore che è l’amore materno di Maria in lacrime ai piedi della croce e a La Salette, non quello delle grandi spiegazioni teologiche.

È per amore che Gesù è venuto nel mondo; è per amore che Maria rimane premurosa verso di noi ed è per amore che noi, missionari di La Salette, accettiamo la sfida della missione evangelizzatrice della Chiesa.

La Salette – comunicazione di sensibilità che va oltre la lingua e la cultura

La storia ha attribuito alla nostra Congregazione il carattere missionario. Dopo 175 anni dall’apparizione a La Salette sappiamo che il nostro compito è quello di evangelizzare il mondo nello spirito del Messaggio consegnatoci dalla Bella Signora. Questo comporta la necessità di aprirci ad altre lingue e culture, nelle quali ci troviamo a lavorare. Ne è responsabile tutta la Congregazione e non solo le singole Province ancorate in un’unica cultura e lingua.

Ci fa riflettere il fatto che Maria, parlando con Melania e Massimino, usi due lingue. Il francese è la lingua dello Stato che la tradizione ha soprannominato la Prima Figlia della Chiesa. In questa lingua Maria ha consegnato le sue raccomandazioni più impellenti, riguardanti l’Eucaristia e il rispetto dovuto al Figlio. Quando invece parla dei prosaici problemi della regione di La Salette, inizia a usare il dialetto che perfino i bambini capiscono. La perplessità di Melania costringe Maria a revisionare il metodo della comunicazione e renderlo più accessibile. In questo modo conquista non solo i mediatori della comunicazione del Messaggio, ma anche gli ascoltatori che La capiscono.

Dobbiamo ricordare che molto spesso, e non solo oggi, in alcune situazioni bisogna «iniziare a parlare diversamente». Questa è riconciliazione: l’iniziativa sta dalla parte di chi sa che l’altro ha qualche cosa contro di lui. Sono io che devo cominciare a parlare diversamente, anche se qualcuno mi vede in cattiva luce. Pure Gesù parla della necessità di un cambiamento di atteggiamento, e nelle modalità comunicative: «Se dunque tu presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23–24). Se vogliamo riconciliarci con i nostri simili, niente è più utile che cambiare tono, modalità di interazione, ma prima di tutto modificare la narrazione, cioè passare da una narrazione accusatoria e giudicatoria a quella che esprime la richiesta di perdono e di riconciliazione. Questo è ormai un altro linguaggio: quello dell’amore e della misericordia. E Dio parla proprio questo linguaggio. Questo compito è difficile per noi, ma siamo incessantemente aiutati dall’amore e dalla grazia di Gesù, quindi è possibile realizzarlo.

Dobbiamo assumere l’atteggiamento degli Apostoli Paolo e Barnaba, di cui gli Atti degli Apostoli dicono che a Listra, Iconio e Antiochia [oggi Turchia centrale] «rianimavano i discepoli e li esortavano a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14,22). Una curiosità riguardante quella regione: i loro abitanti parlavano un dialetto proprio, quello licaonio (cfr. At 14,11).

E così Maria, dopo aver comunicato ai ragazzi le sue riflessioni personali in dialetto, passa di nuovo alla lingua francese e dice: «Fatelo conoscere a tutto il mio popolo». Lo ripete due volte, quindi in questa raccomandazione è contenuta anche quella frase da comunicare: «Voi non capite il francese. Allora ve lo dirò diversamente». Dobbiamo trasmettere l’intero Messaggio, con tutti gli elementi contenuti in esso. Qui non si tratta di un semplice accenno o una parentesi fatta da Maria. Anzi, la frase: «lo dirò diversamente» è un esempio dell’uso della lingua derivante non dall’esperienza di questo mondo, ma dall’esperienza del Cielo che è nostra vera patria. Là vale solo l’intimità del cuore e la sensibilità della mente nell’amore e nella riconciliazione, e la gente di ogni tempo e cultura si aspetta proprio quella lingua, perché da sempre ha sete di amore ed è toccata da una crisi profonda di fede e di identità.

Flavio Gillio MS

Eusébio Kangupe MS

Karol Porczak MS

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